Se le ciambelle riescono col buco è merito del coworking

Pasqua e già su Facebook vedo le prime foto di agnellini che dicono “non mangiarmi” e, allora, scatta l’effetto Proust. Vedo un agnello e penso a mia nonna che nella culla non mi mise un fioretto come fu per Lady Oscar, ma il vello di un agnellino. Perchè io sono nata ad aprile e proprio tre giorni dopo Pasqua e mia madre dice sempre che se mi piace l’agnello è perchè ne ha mangiato tanto poco prima di partorire. Il pellicciotto candido è finito a decorare un cappottino perchè la nonna era anche sarta e non si lasciava sfuggire uno scampolo. Tanto più che quello era il regalo di una vicina perchè nel piccolo paese agricolo di cinquemila abitanti in cui abita ci si conosce tutti e si condividono le buone e cattive novelle.

In questo paese adagiato sul Tavoliere delle Puglie c’è un forno dove si va a comprare il pane, la pizza e la focaccia. E quando è festa vi si portano le pietanze più ingombranti, quelle che nel forno di casa non ci starebbero, a cuocere. Come una Via Crucis pagana, durante la Settimana Santa inizia la processione di enormi teglie con le ciambelle pasquali, che da noi si chiamano “squarcelle”, verso la grande bocca del forno. La loro pasta è gialla di uova e morbida di latte (anche se alcuni non lo usano) e dopo la cottura si decorano con una glassa dolce e bianca, chiamata “naspro”, e decorate con zuccherini colorati e ovetti di cioccolato. Si regalano agli amici, ai vicini e ai conoscenti e questo fa capire che se ne devono preparare TANTE!

Quando ci trovavamo giù per le feste io e mio fratello accompagnavamo il nonno a sbrigare l’incombenza della consegna delle grandi teglie nere. Si abbassavano i sedili posteriori della Panda 50 color beige, ci si stringeva sul sedile anteriore e via! La distanza era in tutto 2 chilometri scarsi, ma vuoi mettere la suspence della guida accorta per non rovinare il prezioso carico? Poi si arrivava a destinazione e si aspettava in fila che le proprie teglie venissero prese in consegna e fosse definita un’ora in cui andarle a ritirare. Nell’aria il profumo dolce della festa e i saluti di chi si incontrava e discuteva di cosa avrebbe preparato per la domenica, di quando sarebbero arrivati i parenti dal Nord, delle uova di cioccolato per i più piccoli e dei programmi per il Lunedì dell’Angelo.

L’anno che mio fratello prese la patente ci andammo senza il nonno. Non successe niente di particolare perchè non siamo tipi da catastrofi, fatto sta che ricordo ancora l’emozione e il senso di responsabilità di quell’impresa che in realtà non fu niente di particolare.

Adesso che ho il mio forno e la mia casa credo che la magia dell’impresa fosse il fatto di andare al forno e condividere quella risorsa con tutto il paese. Stare lì a chiacchierare beati nell’aroma di pane e pizza, contare le teglie degli altri, valutare il colore dei diversi impasti. So che non è l’esempio calzante di coworking, ma stimolata dal blog di Silvia che parla di tutte quelle attività che hanno alla base la condivisione mi sono persa in questo ricordo profumato e pasquale.

 

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