Le buone maniere a tavola

Stimolata da Giovanna Cosenza sul suo blog che è capace di rendere utile e interessante la semiotica, mi sono accorta che già da qualche tempo avevo notato una deriva dei messaggi pubblicitari verso “il gusto di cambiare le regole”. Mi era venuto in mente guardando lo spot televisivo del Gran Ragù Star in cui una famiglia si mostra nell’intimità del desco intenta a mostrarci cosa “non si fa” quando si ha una bella pentola di ragù pronto per essere mangiato: succhiare il sugo dal rigatone, mangiarlo direttamente dalla pentola, fare la “scarpetta” nel piatto, etc.  Lo spot si chiude con il padre di famiglia che guardando direttamente in camera ci parla con la bocca piena.
Un nuovo codice pubblicitario? Abbiamo sdoganato le mutande, le tette, i sederi, la “plin plin” e tra poco anche la cacca? Direi di sì. Le buone maniere e il loro contrario sono diventati una specie di nuovo registro da esplorare anche nella comunicazione mainstream dopo i “rutti” in dolby surround dei Simpsons. Un po’ forse anche la pernacchia di Sordi nei “Vitelloni” di Fellini accompagnata dal gesto dell’ombrello al grido di “Lavoratoriiii!!”. E proprio sul blog di Giovanna Cosenza si porta in evidenza la pubblicità che parla di una “Lady” e del suo mondo in cui nessuno rispetta la sua sensibilità: le rubano la precedenza al bagno, non le tengono aperta la porta e altri piccoli sgarbi.

Uscendo dalla logica della società come Grande Fratello che ci osserva e che quindi non ci permetteva di baciarci in pubblico, di metterci le gonne corte, slacciarci la cravatta e uscire con la barba sfatta siamo entrati in quella dell’affermazione dell’individuo e della sua specificità dove ogni tanto (e qui sono buona) però ci dimentichiamo di lasciare il posto in autobus o in metropolitana all’anziana signora o alla donna incinta. Lungi da me voler ritornare ai rigidi e autoritari anni dell’inizio del ‘900, ma tutto questo mi fa andare con la memoria ad un meraviglioso libro appartenente alla biblioteca di casa: “Il Saper Vivere” di Donna Letizia.

La mia copia del Saper Vivere di Donna Letizia

Edizione 1987 degli Oscar Manuali Mondadori con le illustrazioni dell’autrice. Stiamo parlando di una donna che, nata Cacciapuoti, diventa Rosselli perchè sposa uno dei cugini dei più famosi fratelli Rosselli e, successivamente, in seconde nozze Indro Montanelli. Una donna che negli anni’50 faceva l’illustratrice di libri per bambini ed ha lasciato la Mondadori perchè era sottopagata. Una che non avendo un titolo nobiliare, come andava di moda all’epoca, si è inventata il leggero pseudonimo di Donna Letizia per scrivere la sua rubrica di galateo su “Grazia”.

Io quel libro me lo sono divorata da bambina. Per me era come un romanzo fantasy, una finestra su un mondo in cui non avrei mai vissuto, ma in cui era piacevole perdersi con l’immaginazione. Un manuale per principesse, pieno di consigli su come muoversi in società, in casa, su come completare il guardaroba e, ovviamente, come comportarsi a tavola. Quest’ultimo capitolo occupa le pagine dalla 92 alla 121 e contempla tutte le possibili occorrenze di quando si mangia in famiglia o in contesti più ufficiali. Dalle indicazioni sull’apparecchiatura a quelle su dove tenere i gomiti o come affrontare un pompelmo con forchetta e coltello. A vedere queste pubblicità Donna Letizia avrebbe inforcato occhiali e penna e scritto indignata il suo proprio punto di vista su questi scivoloni di stile mantenendo però quella sobria ironia che le fa scrivere: “durante lo svolgimento del pranzo, la padrona di casa non deve lasciare trasparire la minima apprensione. Se un tragico rovinio di cocci proviene dalla cucina, lei continuerà stoicamente a sorridere”.

Oppure, e qui ritorniamo alla pubblicità del ragù, come fa per il dilemma della salsa nel piatto.

“Di regola, non si raccoglie la salsa rimasta nel piatto. Solo in famiglia è ammesso raccoglierla con dei pezzetti di pane, purchè ci si serva della forchetta e non delle dita, e purchè, procedendo a questa operazione, non ci si comporti come se si passasse lo spazzolone della cera sul pavimento”

A forza di cambiarle le regole, credo che ne siano rimaste ben poche. Ma quando si va in un bel ristorante, avete notato come tutte le porzioni sono fatte apposta perchè non ti venga neanche in mente di fare la scarpetta? Vogliamo poi parlare dei gamberi già sgusciati oppure aperti e pronti per la forchetta? Tutto è a portata di posate per garantire il minimo stress al commensale. Quello sì che è saper vivere!

11 commenti

Archiviato in comunicazione e cucina

11 risposte a “Le buone maniere a tavola

  1. Riccardo Venturi

    dissento completamente, tanto rumore per una scarpetta? se siamo ridotti a “stressarci” perchè ci presentano i gamberi con il guscio siamo proprio messi male…

    • Ti regalerò una copia del “Saper Vivere” con il mio autografo:) A dire il vero, la cosa che maggiormente mi ha colpito della pubblicità del Gran Ragù è il papà che parla con la bocca piena!

      • Riccardo Venturi

        ne ho assolutamente bisogno grazie!
        in realtà la pubblicità non l’ho vista, ma il ragionamento e la conclusione mi paiono un po’ iperboliche, ma questo lo attribuisco alla tua lunga frequentazione bolognese dove l’iperbole è un’arte ampiamente praticata!

      • Fidati, il gambero adagiato nel suo carapace ma già liberato e in attesa di essere mangiato ti semplifica non poco il pranzo. Per me è una delle tante piccole cose dei ristoranti di alto livello che valgono la spesa

  2. Riccardo Venturi

    lo so, non lo metto in dubbio, anche qualcuno che ti lava i denti a fine pasto sarebbe gradito e sarei disposto a pagarlo, ma mi sembra tutto un po’ fuori luogo e non lo classificherei come “sapere vivere”, ma “potersi permettere di sapere vivere”.
    perdonami, ma oggi sono polemico😉

    • No, io lo considero determinante quando si sceglie di andare fuori a mangiare una pizza in più. Io preferisco ridurre le occasioni per un cibo di media (o scarsa qualità) e risparmiare per una serata in cui mi posso rilassare spendendo quello che è giusto spendere per un buon servizio e un’ottima cucina. Per me si tratta di valorizzare le mie poche possibilità di scelta e indirizzarle verso qualcosa che ne vale davvero la pena. Ecco cos’è il Saper Vivere.

  3. Diletta

    Anche io sono cresciuta con quel libello! Io ho sempre adorato anche le parti sulla disposizione degli invitati a tavola, l’ordine in cui vanno serviti, etc.. In ogni caso anche io sono piuttosto basita dal progressivo e orgoglioso sdoganamento delle cattive maniere, laddove sono indiscutibilmente cattive maniere e non pretesi borghesismi. Poiché la scarpetta “en privé”, ok, ma il parlare con la bocca piena è disgustoso e basta, senza possibilità di replica – c’era anche una pubblicità in radio qualche mese fa in cui il protagonista parlava con la bocca piena e io mi tappavo le orecchie orripilata ogni volta, giuro. Peccato, tra l’altro, perché proprio la Star aveva prodotto una pubblicità invece molto carina, tempo fa, proprio per il ragù, quella in cui si vedeva, per la prima volta nel dorato mondo delle famigliole pubblicitarie, solitamente solo in stile “Mulino bianco – famiglia Brady”, una famiglia allargata in cui il babbo non era il babbo, ma il compagno della mamma del bimbo.. Ecco, a parità di messaggio pubblicitario, quello sì mi aveva ispirato simpatia, amche se non sono comunque una frequentatrice della tipologia di prodotti in questione. Peccato un downgrade così.

  4. Riccardo Venturi

    parlare con la bocca piena fa schifo lo ammetto, ma il rutto mantiene una sua dignità nonchè pare una grande importanza per gli equilibri climatici planetari:
    http://www.nationalgeographic.it/scienza/notizie/2010/06/09/news/i_rutti_dei_mammut_tenevano_la_terra_al_caldo_-37854/

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