Del perché non potrò mai essere una “food critic”

Immagine presa dal bel blog http://lagrandeabbuffata.wordpress.com/

Sono andata a cena fuori con mio marito per il suo compleanno in un ristorante della nostra città in cui lui si sente a suo agio. Scorrendo il menù gli ho spiegato che non volevo andare sul creativo perchè era stata una settimana pesante e non volevo esercitare troppo i neuroni nel mangiare, ma godermi il piatto, l’ambiente e il servizio.

Primo errore: un gourmand è sempre lì pronto sull’attenti a lasciarsi sopraffare dall’avventura e dall’emozione. In pantofole non si ottiene nulla dalle proprie papille gustative.

Vado quindi sul tradizionale che per me significa quasi sempre scegliere le tagliatelle al ragù (avevate qualche dubbio?) e poi, visto che c’era, cotoletta con patate arrosto! Lui ordina alla carta i suoi due piatti creativi e,dato che voleva anche l’antipasto, spinge per farlo prendere anche a me. Il cameriere suggerisce la “frittatina”. Io accetto, più che altro per non far sentire da solo mio marito, ma terrorizzata dall’enorme apporto di colesterolo complessivo della mia cena.

Servizio “smooth” come direbbero gli anglofoni e ambiente confortevole. Ottima bottiglia e conversazione ancora migliore. Pregustavo già le mie tagliatelle e la cotoletta, quand’ecco che con precisione svizzera ci si materializzano davanti i piatti. Appena vedo la frittata mi si alza il sopracciglio e mio marito inizia a temere. Io e l’uovo poco cotto non andiamo d’accordo. In più ho una certa avversione per l’eccesso di grasso di maiale.

Ecco la frittata era un velo, perfetta, tonda, gialla e un po’ liquida.. Dentro soavi pezzi di pancetta di un maiale che era stato di certo allevato bene e dal bel grasso bianco. Il paradiso per ogni amante della buona tavola con un giro di aceto balsamico tradizionale stravecchio che solo l’odore sprigionato al contatto del calore della frittata era un paradiso.

I motivi per cui non mangio la carbonara sono gli stessi. Il sapore dell’uovo crudo non mi piace e la pancetta non è tra i miei salumi preferiti. Mio marito era certo che non l’avrei mangiata.
Per amore mi sono sforzata, ma non sono riuscita a finirla. Lui ha spazzolato il suo antipasto e si è precipitato a terminare il mio mentre io cercavo di attutire il tutto con gli ottimi panini.

“Questa frittata è ottima e la pancetta di prim’ordine” ha detto lui, lasciando intendere che non ce la potevo fare a spacciarmi per gourmand. E ha ragione.

Il primo Epic fail che io ricordi al ristorante è  stato al MET di Venezia quando ancora c’era Corrado Fasolato. Splendida serata. Anche lì festeggiavamo e addirittura con il menù degustazione completo.

“Ok vai col degustazione. Ha tolto la carbonara di seppia, quindi direi che ce la posso fare a mangiare il resto”. Oltre alla carbonara io detesto tutto quello che ha i tentacoli e, particolarmente, la seppia.

Ovviamente, lo chef così contento che due giovani ragazzi pasteggiassero con il menù completo ci ha fatto omaggio del suo piatto più famoso. Quindi mi sono ritrovata davanti la carbonara di seppia, il mio peggiore incubo gastronomico, sotto lo sguardo del cameriere che pretendeva anche che lo ringraziassi. Mio marito ha abbozzato e poi mangiato anche la mia parte mentre io cercavo di non guardare.

Secondo e terzo errore: l’uovo va mangiato quasi crudo e qualsiasi piatto in cui un mollusco sia usato per reinventare la tradizione, fa molto chic. Avrei anche una storia su una millefoglie di seppia, ma la tengo per un’altra volta.

Nel frattempo ho bevuto un po’ per dimenticare il sapore dell’uovo quasi crudo e mi gira la testa, in quel momento arrivano le tagliatelle.

E qui potrei tirarmela tantissimo perchè io ho la mia personale guida sulle tagliatelle al ragù, ma non lo faccio perchè per mio marito e per quello seduto al tavolo più in là il piatto era eccezionale.

Tagliatella larga e spessa, abbastanza liscia, con ragù alle cinque carni, anche “quinto quarto”, cotte a bassa temperatura e separatamente. Molto collagenoso e sfilaccioso. Residuo di grasso quasi inesistente, ma sapore molto penetrante.

Quarto errore: il “quinto quarto” è come il nero, va dappertutto. Anche nel ragù è un must e se non ti piace la sensazione spugnosa della lingua è colpa tua.

Non che fosse male, assolutamente. Il sapore nel complesso era molto buono. Ma la consistenza per me era particolarmente fastidiosa.

Devastata dalla tagliatelle ero quasi atterrita dalla possibilità che la cotoletta fosse alta due dita e quasi cruda all’interno. Per fortuna la cotoletta è stata un successo: cotta benissimo e nella variante Petroniana con del parmigiano reggiano poco stagionato fuso sopra e prosciutto. Ottima.

“Enrico, se per caso dovessi commettere un crimine da pena di morte voglio che questo sia il mio ultimo pasto. Avrò un palato semplice e non mi piacciono le cose come piacciono a voi, ma anche a me la buona cucina rende felice“.

1 Commento

Archiviato in In giro per ristoranti, Vita con lo chef

Una risposta a “Del perché non potrò mai essere una “food critic”

  1. La carbonara è il BENE assoluto. Stolta!

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