Vieni a mangiare in Puglia, Puglia, Puglia!

I campi arsi che si vedono spesso in agosto percorrendo il Tavoliere delle Puglie

“Ho fatto la spesa!”
“Nooo! Qui è arrivata la Puglia!”

Questo rapido scambio di sms ha dato il via ad una serata di rivendicazioni delle proprie radici. I miei genitori sono tornati da una trasferta nella terra natale della nostra famiglia e, come tutti i bravi migranti, erano tornati carichi di vettovaglie. Alla faccia del “km zero”.

Il purè di fave con le cicorie di campagna tipico della cucina della Capitanata, la parte di Puglia con la città di Foggia

Sono tornata a casa con purè di fave bianche con “marasciuoli“, cioè la cicoria selvatica dei nostri campi, pecorino e caciocavallo della “selezione” di mio papà che ha i suoi produttori di fiducia, e mozzarelle del caseificio che si trova nell’area del famoso Santuario dell’Incoronata, nell’omonima località in provincia di Foggia. Per capirsi è quella sempre citata dal Lino Banfi dei primi film.

Marito: “Le mozzarelle sono fredde. Sono state in frigo!”
Io: “Beh, sono 600 km avranno usato la borsa frigo, mi sembra ovvio”
M:”Sai che si mangiano a temperatura ambiente…”
Io: “Sì, per questo te le ho lasciate fuori, così te le mangi. Vuoi il purè di fave?”
M:”Sì, un po’. Tra tutte le cose che non ti piacciono, mi chiedo come tu faccia a mangiare questo piatto. Ha tutte le caratteristiche che odi. E’ una pappetta color beige con un po’ di verdure”
Io:”Viene dalla Puglia quindi è buono!”
M:”L’ho sempre detto che tu sei una pugliese all’estero…”

La conversazione è andata più o meno così, compresa una battuta sul fatto se si poteva usare l’olio di Brisighella per il purè di fave. In ogni caso, io sono un’amante della mia terra. Ci ho vissuto poco perchè con il lavoro di mio padre ci siamo sempre dovuti trasferire su e giù per l’Italia, ma il mio contatto preferito ora è con il cibo. Mi ricorda i miei nonni, i miei zii, i miei cugini e quel modo di vivere che ho abbandonato con riluttanza, fatto di ritmi e valori diversi. Ma anche di possibilità diverse. Di certo non sarei la persona che sono ora se fossi rimasta lì, è un argomento di cui ho parlato spesso con i miei cugini, molti dei quali ora vivono a Milano o in altre zone della Lombardia e dell’Emilia Romagna.

Eppure io se chiudo gli occhi lo sento l’odore dei campi bruciati d’estate, ricordo il calore della mozzarella mangiata appena fatta, magari ritornando a casa dal mare e il sapore delle mandorle fresche, quelle ancora bianche che sanno un po’ d’amaro, raccolte in uno dei poderi di mio nonno. Vedo anche strade rotte e l’usanza dello struscio in piazza oppure la gente che ti conosce perchè sei “figlia di…” o “nipote di…”. Per me mangiare quello che viene da giù è come riappropriarmi di quella terra che mi è mancata sotto i piedi.

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“Enrico, cos’è questa marmellata di tamarindo e bardana che c’è nel frigo? Ha un aspetto strano”
“Viene dalla Romagna. E’ buonissima!”

Me la sono cercata…

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