8 marzo con Diletta

Ho conosciuto Diletta Poggiali tanti anni fa, ma è meglio non specificare quanti perché siamo entrambe due giovani donne. I motivi erano altri e ci divertivamo a raccontare storie sulla nostra città, Bologna. Per me d’adozione visto che ci studiavo, per lei di nascita. L’ho rincontrata l’anno scorso all’oasi faunistica che ho dietro casa nel gruppo di ostinati che raccoglieva erbe spontanee sotto la guida del Professor Taffetani dell’università Politecnica delle Marche . Si trattava di un’altra idea di mio marito che aveva pensato bene di piazzare il corso giusto la settimana dopo il matrimonio. In ogni caso all’appello c’eravamo anche io e mia madre con guanti, cestino e attrezzi per la raccolta.

Diletta, mentre ci dedicavamo alla scoperta della differenza tra cicoria e tarassaco, mi raccontava che la sua passione per la cucina prima l’aveva portata alla scrittura e all’editing per importanti pubblicazioni tematiche e poi, infine, in cucina! Lavorava all’Osteria dei Sognatori, un ristorantino in ascesa di Modena. Adesso è passata in pasticceria e lavora per lo stellato “Ora d’aria” di Firenze.

Quando ho scoperto che non solo aveva deciso di insistere sulla cucina e per di più si era lanciata nell’inferno della pasticceria, ho deciso che doveva spiegarmi perché! Sì, perché la cucina è già ostica per una donna e la pasticceria è ancora peggio! Sei il primo ad entrare per mettere a lievitare la pasta e fare il pane e l’ultimo ad uscire perché i dolci sono gli ultimi ad essere mangiati. Le ho posto, quindi, qualche domanda che vi lascio qui per la festa della donna.

Credo che noi donne siamo svantaggiate dal dna e dalla cultura che ci ha imposto questo senso del “prenderci cura” che ci fa vivere perennemente col senso di colpa. Sono sempre più convinta che per stare in cucina, fare l’attore, o in generale essere un’artista sia necessario essere fondamentalmente egoisti. E lo dico in senso buono. L’arte non fa prigionieri e me ne accorgo quotidianamente. Mi rendo conto di quando mio marito dimentica tutto, anche il sugo sul fuoco per il nostro pranzo, perché ha avuto una folgorante idea.
Ecco perché penso che Diletta e le altre donne che stanno in cucina siano molto coraggiose. Vanno contro quello che siamo programmate per fare e devono arginare un pericolosissimo senso di colpa.

Io le ammiro.

E poi sono d’accordo con Alessandra Tinozzi che nel suo “Sul Cuscino” si chiede il perché a Identità Golose debba esserci per forza una sezione chiamata Identità Donna. Un po’ come chiedersi perché c’è bisogno dell’8 marzo per ricordarsi delle campagne contro la violenza sulle donne. No? Guarda caso il post riguardava proprio una chef donna citata da Diletta, e nostra amica, Aurora Mazzucchelli.

Domanda:  Io che son passata attraverso l’esperienza del marito in cucina ho avuto per molti anni il terrore della cosiddetta “conciliazione”. Con gli orari che si fanno stando in cucina come si fa a fare il bucato, la spesa, andare a prendere i figli all’asilo, avere vita sociale?
Questi sono interrogativi che assillano soprattutto noi donne. Quindi, come cavolo ti è venuto in mente di mollare tutto e dedicarti alla cucina?

Risposta: Eh.. come si fa.. si fa che il cuoco in questo caso sono io, e quello che mi sono sposata è il lavoro. Come è successo.. è successo pian piano, come una passione grande mentre studiavo e mi dedicavo ad altro, che poi si è rivelata così irresistibile che ho fatto la fuitina ed ho infine mollato tutto per dedicarmi a questo.
Ma io vorrei, ed anzi, oso dire voglio, una famiglia, dei figli e tutto il resto, e se non l’ho ancora non credo sia a causa del lavoro, poiché, qualora incontrassi la famosa (o famigerata) “persona giusta”, penso che si cercherebbe di venirsi incontro, ed a quel punto quello che si sposerebbe il cuoco sarebbe lui, ed affari suoi, giusto? Scherzi a parte, è verissimo che vivere in cucina non aiuta a costruire e mantenere rapporti e vite funzionali, ma è altresì vero che personalmente, ad esempio, non conto di fare il cuoco così a tempo pienissimo tutta la vita, poiché mi occupo anche di cibo in altri modi (scrivo per ricettari e riviste, mi sono occupata di didattica e di organizzazione di eventi, etc..), e vorrei poter continuare a giostrarmi su tutti questi fronti diversi, per cui mi concedo il lusso di essere ottimista, su questo fronte, anche se non sono certa di sapere come mai.
Insomma… facciamo che me lo chiedi di nuovo tra qualche anno e vediamo come sarà andata, ok?

D. Dai dimmi la verità, come si svolge la tua vita sociale? Ce l’hai ancora?

R. Vita che!? Ecco, questo è già un tasto più dolente, nell’immediato, poiché, essendomi trasferita in una nuova città da pochi mesi e, come si diceva, non avendo esattamente molto tempo per uscire e fare conoscenze, non ho ancora intessuto una rete sociale molto fitta, ed anche il tempo per vedere gli amici di sempre è poco, quindi non ho paura di ammettere che a volte mi sento un po’ sola e spaesata, ma è anche vero che vivo la mia vita come un viaggio, e considero questa semplicemente come una tappa un po’ più in solitaria di altre. Una tappa in cui le conoscenze vengono e verranno lungo il cammino, ed alcuni tratti li percorro anche da sola, ma sempre apprezzando il mio viaggio e quello che incontro sulla mia strada. Visto? Vita sociale magari poca, ma quanto spazio per meditare e filosofeggiare!
D.  Nei ristoranti stellati la percentuale di donne è minima. Un motivo sono i ritmi frenetici. Gli altri quali possono essere per la tua esperienza?

Un esperimento di Diletta: i matcha frollini

R. Sicuramente tutto quello che si è detto finora, i ritmi frenetici, l’impegno a tempo pieno, il dover stare tanto lontani dalle persone care, sicuramente incidono molto, ma ci sono sicuramente molti altri fattori per i quali questo continua ad essere un mondo principalmente maschile. Innanzitutto la fatica fisica: si passa tutta la giornata in piedi, è già questo per una donna è più pesante, è innegabile, come pesanti sono i carichi che spesso si hanno da portare.. voglio dire, hai mai preso in braccio un’affettatrice professionale o sei andata in giro con un Pacojet sottobraccio? Ecco, segna anche questo. E tante altre grandi-piccole cose, che però, tutte assieme, incidono e fanno sì che sia un circolo vizioso: sono quasi tutti uomini-le donne sono in difficoltà-cedono più facilmente-restano sempre quasi tutti uomini. In pratica, è come essere una perenne minoranza etnica, e te lo dice una che in questo momento è l’unica donna e l’unica “forestiera” della brigata (i miei compagni italiani sono tutti toscani, ed il mio accento spicca come una piadina in mezzo a delle pagnotte.. non avrei mai immaginato, dopo aver anche vissuto all’estero, che mi sarei sentita in “terra straniera” solo svalicando l’Appennino), oltre che pasticcera.. una minoranza al cubo! E poi, dai, infine, sdrammatizziamo ma ammettiamolo: un uomo vestito da cuoco può essere molto affascinante, una donna sembra sempre un po’ un omino Michelin o la Cuoca Doris della scuola dei Simpson, su! (Per dire, la maggior parte della gente quando mi vede senza il cappello si stupisce che abbia i capelli…!)

D. Fammi un esempio di chef stellata donna da cui hai mangiato e che ammiri.
R. Uhm… difficile a dirsi… devo confessare che non ho mangiato da molte donne chef, e le mancanze più gravi, ritengo, sono, al momento non essere mai stata da Aurora Mazucchelli (ndr. del Ristorante Marconi di Sasso Marconi in provincia di Bologna) concittadina che invece mi piace molto per stile e audacia, così come da Cristina Bowerman (ndr. del ristorante Glass Hostaria di Roma) che sento vicina per la passione per gli studi, i viaggi ed il fusion “concreto”, reale, appassionato che traspaiono dai suoi menu e dai suoi piatti, anche solo alla lettura ed alla vista. Spero in entrambi i casi di poter rimediare presto e provare presto dal vivo le loro cucine, così come di avere occasione di conoscere altre donne cuoche e pasticcere (ma anche sommelier e maitre) interessanti. E non tanto per “fare clan” o rispondere con femminismo al maschilismo innegabile di questo mondo, quanto per reale interesse per quello che la natura femminile ha da dare in cucina, in arricchimento e non certo in opposizione.

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