Ti presento Enrietta, la “rezdora”

C’era una volta in Emilia e in Romagna la “rezdora”, colei che reggeva e amministrava il desco familiare. Oggetto di un documentario di Slow Food e anche di un bel sito interattivo della Provincia di Modena, è trattata come un animale in via d’estinzione. Le mie amiche Anna e Caterina la fanno rivivere nella contemporaneità con il progetto Rezdora Realoaded, ma io credo che sia dentro ognuno di noi. A prescindere che sia uomo o donna.

Come si riconosce la “rezdora”? Innanzitutto, dal biancore dell’avambraccio scoperto. Dalla manica lunga tirata su per non sporcare il maglione o la camicia e per non contaminare il cibo che si sta preparando.

Poi, le mani forti. Lo sguardo attento. E la tendenza a cucinare di più, consumare gli avanzi e impacchettare tutto per il meglio.

Siamo tutte “rezdore” quando anticipiamo la preparazione della cena per il giorno successivo. Mettiamo a bagno i legumi, scongeliamo la cotoletta preparata in anticipo una domenica pomeriggio.

Io in casa ho Enrietta. Ovvero, l’alter ego “rezdora” di mio marito che prende vita principalmente la sera quando ha più tempo e si accorge che in frigo ci sono ingredienti abbandonati a se stessi. Si aggiusta le maniche, fa spazio sul tavolo e inizia a lessare l’orzo, cuocere la zucca in forno, mettere i ceci nella pentola a pressione e tante altre piccole cose di ordinaria amministrazione.  Riempie poi il freezer di porzioni per due e, soddisfatto, ritorna a quello che stava facendo.

Mio marito ci ha vissuto tra le rezdore. La sua famiglia aveva una trattoria sulla via Emilia appena fuori Imola e lui è nato e vissuto tra sfoglie tirate con il matterello e dissertazioni sul ragù. Lì ha imparato le prime cose ed ha iniziato ad appassionarsi a questo mondo di cui ha fatto il suo lavoro. Si può dire che che l’ha nel Dna a prescindere dal suo cromosoma Y.

Dal canto mio, ho abdicato da tempo. Quando si attiva Enrietta so che la pace è finita e niente sopravviverà al suo passaggio, neanche il pezzo di formaggio che tenevo da parte per farmi un sandwich da portare in ufficio, le olive per l’insalata del giorno dopo. Mi batte sul tempo perché lei agisce di notte, quando io voglio leggere un libro, guardare un film, oppure sto dormendo. Poi, durante il giorno,  è il mio turno. Mi tiro su la manica e inizio a scrostare le pentole, pulire gli utensili, caricare la lavastoviglie e usare lo sgrassatore sul piano di lavoro. Sono rezdora anch’io, in fondo.

In più, ho trovato questo post sulla conserva di cipolle di tropea e il senso di “voler fermare il tempo” e l’ho trovato estremamente in tema. Fermare il tempo come arginare la vita nel suo procedere verso la mancanza e la finitezza. I sapori dell’estate imbarattolati per goderne d’inverno. Sono quelle grandi e piccole accortezze da rezdora che è necessario preservare.

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