Perché tagliatelle al ragù?

Ho letto sul mensile “Myself” un bel pezzo su Massimo Bottura e Lara Gilmore, sua moglie. La pagina riporta una bella foto in cui lui le porge una piccola delizia.

In realtà cercavo il trafiletto dedicato al nuovo progetto di mio marito nel quale io fungo da “tesoriere, ufficio stampa, community manager, immaterial girl”. Sì perchè sono una delle due donne del gruppo e per lo più non tocco il cibo, non preparo i piatti, non alzo una forchetta e non accendo un fornello. L’altra è Ilaria che si occupa della grafica e delle illustrazioni, il che significa che almeno qualcosa di stampato e materiale lo produce.

Postrivoro è un itinerario immaginario e saltuario per Gastropellegrini. Il nome è frutto della mente del mio consorteex ingegnere, ex cuoco a 2-3 stelle, e ora “Professional storyteller, gastronomic Skald e troubleshooter”.  Ogni mese, circa, un giovane chef e un giovane sommelier si incontrano, studiano un menù irripetibile e lo propongono a quaranta invitati in 2 appuntamenti, una cena al sabato e un pranzo la domenica. Basta. Poi quel menù morirà, si estinguerà, esisterà nel ricordo sinestesico di pochi fortunati che hanno deciso di prenotare alla cieca fidandosi dell’abbinamento proposto.

Insomma, leggo la bella storia di Massimo e Lara, che già in parte conoscevo, e mi torna alla mente l’idea di questo blog che ho tenuto nel cassetto per anni. Voglio ritornare al vecchio modello “sfogatoio” perchè adesso i cuochi sono così famosi, la cucina è diventata un’ossessione, ma nessuno sa la verità o vuole parlarne. Vivere con un cuoco o con qualcuno che lavora nell’alta cucina richiede, soprattutto ad una donna, una enorme dose di pazienza.

Io ho smesso di cucinare per non avere la presenza dell’avvoltoio sulla spalla che dice qualcosa del tipo: “stai bruciando la cipolla, i pomodori non sono di stagione, la rucola è coltivata, sei sicura di metterci il burro?”.

Ho smesso di comprare qualsiasi utensile/elettrodomestico per la cucina e spesso mi ritrovo con frullatori della potenza di una mini turbina da pala eolica, set di pinze e coltelli per qualsiasi pietanza (mai andare nel quartiere di Kappabashi a Tokyo con un cuoco. Io ci sono stata con 2 per un totale di quattro stelle Michelin).

Ho messo su quasi 8kg.

Non riesco più ad andare a mangiare un panino senza guardare la marca delle posate, dei piatti e la mise en place.

Poi, ovvio, la vita diventa più colorata, saporita, gustosa e si arricchisce di nuove impronte sensoriali. E, alla fine, è come essere sposati ad un attore. Ogni pranzo, ogni cena, ogni catering, ogni evento si va in scena con crisi isteriche, manie da primadonna, successi, catastrofi, valigie perse in qualche areoporto internazionale, ristoranti prenotati con tre mesi d’anticipo per una gita fuori porta e tante, tante, tante scoperte.

Ah, sì. Si chiama “Tagliatelle al ragù” perché è l’unica cosa che mangio e su cui mi trovo d’accordo col marito. Da qualche parte bisogna pure iniziare, no?

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Archiviato in Postrivoro, Vita con lo chef

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